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La canapa

La canapa: caratteristiche

La canapa (Cannabis sativa) è una pianta erbacea annuale caratterizzata da elevata potenzialità produttiva. É stata coltivata con successo in aree geografiche molto differenziate dalla Finlandia fino al Sud Africa, dal Canada all’Australia. La canapa è una pianta dioica, ovvero esistono esemplari con fiori maschili ed esemplari con fiori femminili; è comunque possibile che si verifichino casi di ermafroditismo (monoica).

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Ha fusto eretto, più o meno ramificato, vigoroso, dapprima pieno e poi cavo, alto da 1 a 4-5 metri, con struttura esagonale e ricoperto di peli. La radice è un robusto fittone con esili ramificazioni laterali che si allungano considerevolmente fino al primo mese di crescita, quando prevale molto sul fusto; in seguito, quest’ultimo cresce molto rapidamente fino alla fioritura.

Le foglie, dalla tipica forma, sono spicciolate, palmate e composte da foglioline lanceolate e seghettate, opposte o alternate a seconda dell’età della pianta e dalla varietà. Sono composte dapprima da una fogliolina, poi da 3, 5, 7, fino ad un massimo di 13, secondo la quantità di luce quotidiana.

I fiori sono raggruppati in inflorescenze; quelli maschili sono composti da un calice con cinque petali giallo-verdi, mentre quelli femminili sono formati da un calice contenente un ovulo pendulo da cui escono due pistilli che possono raggiungere la lunghezza di 20 millimetri. E’ nel calice che, in caso di fertilizzazione, inizia a formarsi il seme.

La canapa è una delle piante che produce più polline (fino a 30-40 gr per pianta), formando così delle nubi che si alzano fino a 30 metri e arrivano 10 kilometri di distanza. Il frutto viene chiamato comunemente seme, essendo questa una consuetudine ben affermata, è di forma sferico-ovoidale, misura 2,5-4 millimetri di lunghezza, con il colore che varia dal grigio al marrone con un effetto “marmorizzato” lucido.

L’insieme delle fibre tessili, comunemente denominato tiglio, rappresenta il libro del fusto, da cui il nome di fibre liberiane. Si trova nella corteccia tra l’epidermide ed il canapulo (tessuto vascolare) e costituiscono il principale prodotto commerciale. Le fibre sono riunite in cordoni di varie dimensioni, rotondeggianti o allargati a nastro, che s’intrecciano tra di loro, formando intorno all’asse una rete piuttosto fitta. Vengono distinte in primarie e secondarie in base alle loro dimensioni e struttura.

 

La canapa: coltivazione e utilizzi

Per  la canapicoltura,  il  terreno  ideale, è un  terreno molto profondo e privo di  strati impermeabili,  in modo  da  facilitare  lo  sviluppo  dell’apparato  radicale  ed  evitare  i ristagni  idrici,  che  risulterebbero  letali  per  la  vita  della  pianta.  Sono  preferibili  i terreni sciolti, franco sabbiosi, torbosi. Risultano poco adatti invece i terreni argillosi, limosi e quelli dotati di scarsa sostanza organica che  tendono a chiudersi quando ai periodi pioggia seguono periodi soleggiati e ventosi.

Per garantire una buona riuscita della coltivazione, svolge un ruolo di primaria importanza la prima fase di lavorazione del terreno. Tradizionalmente era coltivata per le lunghe fibre (dette liberiane perché si formano nel libro, la parte esterna del fusto) adoperate per la produzione di indumenti, biancheria, ma soprattutto corde e vele. Il canapulo (la parte legnosa dello stelo) invece, veniva utilizzato come fonte di energia nella vita domestica e nell’industria.

Oggi lo spettro delle possibili utilizzazioni della canapa è incredibilmente ampio. Ha un vastissimo campo di possibili impieghi e può essere utilizzata in diversi settori in funzione della forma in cui è presente. I numerosi prodotti che possono derivare delle fibre, dal canapulo e dai semi di canapa includono: tessuti per abbigliamento e arredamento; corde e tappeti; carte, geotessili e compositi pannelli isolanti; materiale inerte per edilizia e lettiere per animali; olio per alimentazione, cosmetica e vernici e tanti altri. Questa particolare duttilità merceologica, unita alle caratteristiche della coltura agricola a basso impatto ambientale hanno portato molti esperti a considerare la canapa una pianta di estremo interesse per il futuro, capace addirittura, con qualche esagerazione, di “salvare il pianeta” da piaghe quali la deforestazione, il buco nello strato di ozono, l’inquinamento.

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La canapa: sviluppo e crisi della canapicultura in Italia

La coltura della canapa per usi tessili ha un’antica tradizione in Italia, in gran parte legata all’espandersi delle Repubbliche marinare, che l’utilizzavano ampiamente per le corde e le vele delle proprie flotte di guerra. Per secoli l’Italia è stata la maggior produttrice di canapa e ancora agli inizi del Novecento, insieme alla Russia, forniva l’80% del mercato.

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La canapa italiana è stata considerata di altissima qualità e nettamente superiore in produttività a quella coltivata nelle altre nazioni con tecniche agricole decisamente più avanzate. La singolarità della canapicoltura italiana ha fatto sì che l’importanza rivestita da questa pianta non si riscontrasse solo limitatamente al contesto delle di produzione, ma anche ad un livello superiore, nazionale ed internazionale. Difatti, circa la metà dell’ammontare prodotto era assorbito dal mercato nazionale, mentre la restante parte era venduta all’estero, sia in forma di materia grezza sia sotto forma di canapa lavorata.

Nel 1914, in Italia, gli ettari destinati a tale coltura ammontavano ad oltre 100.000 con un rendimento annuo che sfiorava gli 800.000 quintali. All’epoca la canapicoltura risultava distribuita per il 60-70% nella zona Emiliano-Veneta, per più del 20% nel centro Campano e per il 3% in Piemonte. In queste zone, l’impatto sociale ed economico prodotto da questa coltivazione è stato senza dubbio significativo; se si tiene conto anche dell’abbondante utilizzo di manodopera richiesto dalla lavorazione della canapa, emerge la sua importanza, oltre che nel creare numerosi e vivaci mercati, nel garantire lavoro e stabilità ad una rilevante fascia di lavoratori.

Negli anni a seguire, l’aumento della produzione di tessili di cotone e juta, meno costosi, ha provocato una diminuzione della coltivazione della canapa. Dopo la prima guerra mondiale le corde di sostanze sintetiche sostituirono pian piano le corde di canapa e vennero sviluppate le tecniche per produrre carta da legno. Conseguentemente, si passò così da un massimo di 85.000 ettari coltivati, con una produzione complessiva di un milione di quintali, ai 1.860 ettari del 1969 con soli 21.000 quintali di prodotto fino ad arrivare, nel 1970, ad un minimo di 899 ettari con un rendimento di appena 10.000 quintali. La crisi della canapa, già iniziata nel 1958 con la scomparsa totale della produzione in Val Padana, completa la sua fase nel 1964 quando anche la Campania, ultima regione che ancora tentava di contrastarne l’inesorabile recessione, viene costretta a desistere.

Tra le cause concomitanti, che hanno portato alla crisi nel settore canapicolo, un posto rilevante lo ebbe sicuramente il sistema di lavorazione della canapa nell’azienda agraria, che richiedeva un impiego complessivo di circa 1.200 ore di manodopera per ettaro, fra i più alti di tutte le colture a pieno campo. Se da un lato questo garantiva occupazione a circa 30 mila operai dall’altro offriva condizioni di lavoro particolarmente difficili, soprattutto nella fase della macerazione in acqua degli steli raccolti in fasci.

Da allora in Italia la canapa è rimasta il ricordo di una cultura contadina sempre più lontana. Volere coltivare canapa, anche solo per passione è diventato col tempo impossibile con la legislazione, che accomunava la canapa da fibra a quella da consumo ricreativo, rendendone la coltivazione una pratica illegale. Nel 1961, attraverso il “Single Convention Drug Act”, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha dichiarato la cannabis uno stupefacente, cercando così di proibirne l’uso e la coltivazione in tutto il mondo, ed imponendone la debellazione nel giro di trent’anni. L’Italia, come altri paesi occidentali, ha seguito le normative dell’ONU, e nel 1961, ha sottoscritto una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti”, che si poneva l’obiettivo di far sparire dal mondo la suddetta pianta in circa 25 anni. Nel 1975 esce la “legge Cossiga” contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono.

 

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